Ieri sera mi sono imbattuto in Last Samurai Standing. Il telefilm è ambientato nel Giappone dell’era Meiji, quando i samurai perdono il loro status sociale e vengono emarginati ed è un adattamento dell’omonimo romanzo scritto da Shogo Imamura con protagonisti Junichi Okada, Yumia Fujisaki e Kaya Kiyohara.
Ambientata nel Giappone del 1878, Last Samurai Standing racconta le vicende del samurai Shujiro Saga (Junichi Okada). L’ex samurai perde la figlia a causa del colera e anche la moglie si ammala. Per salvare la sua famiglia, Shujiro risponde a un annuncio su un torneo di arti marziali a Kyoto con un premio di 100.000 yen (una cifra che al tempo avrebbe permesso a chiunque di vivere serenamente per 10 anni). I partecipanti arrivano al Tenryū-ji e Enju, un funzionario, dice loro che dovranno giocare a un gioco chiamato “Kodoku“.

A ogni partecipante viene assegnato un cartellino numerato e devono superare sette checkpoint sulla strada Tōkaidō da Kyoto a Tokyo e arrivare entro un mese per la precisione entro il 5 giugno. Per superare ogni checkpoint sono necessari dei punti, che si guadagnano prendendo i cartellini degli altri partecipanti. Dopo un conto alla rovescia, i partecipanti iniziano a combattere. Shujiro è inizialmente paralizzato, ma si risveglia per aiutare Futaba Katsuki (Yumia Fujisaki), un giovane partecipante che gli ricorda sua figlia. Shujiro non riesce a estrarre la spada, ma raccoglie un cartellino per la ragazza, mentre un altro partecipante riconosce Shujiro come “Kokushu il carnefice” e gliene dà un altro per procedere. Dopo aver lasciato il santuario, Shujiro viene attaccato da Bukotsu Kanjiya, un altro partecipante che lo riconosce.
L’intero evento è seguito a distanza da quattro uomini facoltosi, che ringraziano l’organizzatore per averli invitati.

Sicuramente questa è la risposta in salsa giapponese a Squid Game di cui sicuramente vuole raccogliere l’eredità spirituale. Forse è anche la risposta a Shogun di Disney+, fatto sta che la serie tv è fatta veramente bene e più passa il tempo e più le realizzazioni orientali diventano dei kolossal che nulla hanno da invidiare alle grandi pubblicazioni americane. Si è perso un pochino la spettacolarità dei combattimenti aerei che tanto piace agli orientali ma questo ha reso il prodotto molto più godibile anche per noi occidentali.
È una serie d’azione ricca di violenza, ma sotto la superficie si intrecciano storia, sport, folklore e spiritualità, creando un mix avvincente che cattura e tiene incollati allo schermo. Devo essere sincero avendo una figlia orientale, ogni volta che vedo un ragazzino che muore in una di queste produzioni, mi viene da cambiare “canale”, ma questa serie è davvero una bomba.
Sono curioso di sapere come andrà a finire, come vi consiglio di vederla tutta d’un fiato a tutti gli amanti del genere.
