Finalmente in questi giorni sono riuscito a vedere, ma non è andata benissimo!
Perfect Days è uno di quei film che ti guardano negli occhi e ti dicono: “Rilassati, respira, segui il ritmo”. Il problema è che il ritmo, per me, è talmente lento che a un certo punto ho iniziato a chiedermi se stessi guardando un film o un tutorial zen su come vivere con calma. (Mia moglie non dovrà mai saperlo, visto quanto ho insistito per vederlo…. ndr).

Perfect Days vive di sottrazione. Wim Wenders costruisce un racconto minimale, quasi sospeso, seguendo la routine quotidiana di Hirayama, un uomo che pulisce i bagni pubblici di Tokyo e conduce una vita scandita da piccoli rituali: la sveglia all’alba, il lavoro meticoloso, le cassette rock anni ’70, la lettura serale, le fotografie degli alberi. È un cinema che punta tutto sulla contemplazione, sulla quiete e sulla poesia dei gesti ripetuti.
Wenders costruisce tutto sulla routine del protagonista: sveglia, lavoro, pausa pranzo, musica in cassetta, alberi, lettura, dormire. È un loop. Elegante, poetico, curato… ma pur sempre un loop. E se da un lato capisco perfettamente l’intenzione – raccontare la bellezza dei piccoli gesti, la dignità del quotidiano, la pace del silenzio – dall’altro devo essere onesto: a me questa poesia così rarefatta non è arrivata.
Non posso dire che il film sia brutto, anzi, uno dei punti più forti del film è l’interpretazione di Koji Yakusho, intensa e trattenuta, capace di dare profondità a un personaggio che parla poco ma comunica moltissimo attraverso lo sguardo e la postura. La fotografia, con la ricorrente luce filtrata tra le foglie (komorebi), contribuisce a creare un’atmosfera quasi meditativa, mentre la colonna sonora analogica aggiunge un tocco nostalgico e personale.

Detto questo, Perfect Days è anche un film che richiede una grande disponibilità da parte dello spettatore. La sua struttura circolare, la quasi totale assenza di conflitto e la ripetitività della routine possono risultare affascinanti per chi ama il minimalismo estremo, ma rischiano di diventare monotone per chi cerca una narrazione più dinamica. La poesia dei piccoli gesti, se non entra in risonanza con la sensibilità di chi guarda, può trasformarsi in una sensazione di immobilità.
Il punto è proprio questo che, per quanto io apprezzi tutto questo, non succede praticamente niente.

In questo senso, Perfect Days è un’opera coerente e curata, ma non necessariamente coinvolgente per tutti. È un film che si apprezza più per l’atmosfera che per la storia, più per ciò che suggerisce che per ciò che mostra. Un’esperienza che può risultare profondamente toccante oppure distante, a seconda del rapporto personale con questo tipo di cinema contemplativo.
La ripetitività, invece di diventare meditazione, per me è diventata monotonia. È come se il film mi chiedesse di entrare in uno stato mentale zen… ma io, semplicemente, non sono riuscito ad entrarci.
Perfect Days è pulito, sincero. Solo che appartiene a quel tipo di cinema che o ti cattura completamente, o ti lascia fuori dalla porta a guardare. Io sono rimasto fuori. E va bene così: non tutti i film devono parlare a tutti. Dovete vederlo? Forse sì, magari troverete anche la chiave di lettura che io non sono riuscito a trovare
